venerdì, luglio 28, 2017

Sono i rami del salice che si piegano verso il fiume verso i fondali torbidi limacciosi ove dimorano le bestie abissali pallide come fantasmi.

Sono una pezza di seta intrisa di lacrime gelate e cristallizzate, 

schegge del mio cuore carbonizzato nell'afa di un meriggio estivo meridionale.

Sono il relitto di morti pianti rinascite gioie.

Ed eccomi di nuovo.

Finché non più.


domenica, luglio 28, 2013

Grave peccato
Non posseder speranza
Grava sull'anima
Come un crampo.

sabato, ottobre 20, 2012


fuga verso il deserto

memore del tempo
come la sabbia
sei destinato a sgretolarti
e nessuno saprà mai dirti
se ti ricongiungerai
con i frammenti dispersi
o con quell’eterno
vagamente atteso.
la malinconia adesso è sciolta
quale belva spietata
le lacrime mangeranno
i tuoi occhi
con le zampe ti soffocherà il respiro
e lo scherno spazzerà via
il tuo sorriso.
dopo tanto grattar il fondo
buio e sconfinato
ti ritrovi le bestiole marine
lucciole mostruose
dai volti sformati.
dopo tanta oscurità
non si può aspettar
che un lembo di luce.
statua mutila
frontone greco
icona bizantina
perché ogni volta
mi appari dinnanzi?

sabato, gennaio 22, 2011

c'era una volta una ragazza che viveva sui monti, retroscena di grandi gioie, pianti amari e sogni psichedelici.
e durante lunghi cento anni non poté tornare tra i vezzosi  fiumicciatoli e le irte coste.
finché l'incantesimo si ruppe e lieta tornò nei suoi boschi.

giovedì, agosto 26, 2010

dantesque

non la selva scura
ma un riso amaro che ti divora dentro
non una lonza
ma una tigre che strappa lentamente i veli
non ombra
né uomo
ad indicare altre vie.

mercoledì, agosto 04, 2010

La laguna dei fantasmi

Più di una ventina di anni fa, la piena -prevedibile- di una laguna di acqua salata spazzò via un intero paese. Il paesaggio che ne è rimasto raggela i sensi ma è di una bellezza terrificante. Più foto cliccando sul titolo di questo post.

mercoledì, aprile 14, 2010

è paradossale come
per dire non esisti
non occorra
aprire bocca.

martedì, settembre 08, 2009

E la mano che credeva di non afferrare, ora non afferra davvero.

RIP



Jeff Buckley è morto.
La ragazza che ascoltava Lilac Wine è morta.
Gli anni dell'adolescenza sono morti.
Il sogno dell'immortalità è morto.
Chissà se da tanta morte possa nascere qualcosa.

venerdì, settembre 04, 2009

L'abbandono del paradiso diliziano


giammai poi non vi nacque erba per per quello luogo onde noi pasammo...

Ultimamente ho la sensazione che la vita, la mia di vita, si tratti appunto di questo.
Nell'idea che non crescerà più erba laddove ci sono passata c'è qualcosa di desolante: gli attimi di vita trascorsi sono in qualche modo bruciati, consumati.
Il fatto di lasciare una traccia - le nostre orme sull'erba - stanno anche a dimostrare però che qualcosa si è inciso di quel cammino già fatto e se vi gettiamo uno sguardo da vicino, se le investighiamo - riconducendoci al significato più letterale de la parola - probabilmente potremo scoprire ciò di cui al momento di calpestare non eravamo consci.

venerdì, giugno 05, 2009

giovedì, maggio 28, 2009

Proprio nel mezzo del cammin o quasi
attraverso gli anditi
- e non per modo di dire -
della selva oscura,
mi ritrovo ad ascoltare
i giullari notturni,
a vegliare attorniata
da vecchietti
dalla bocca aperta
che somigliano all'ometto di Munch.
E poi ci sono le file
degli sdentati orbi senza tetto
e le future vedove
e gli orfani di domani.
Questa è discesa che
poco spera
in un'ascesa
che viola le leggi naturali
e il comune senso.

venerdì, aprile 24, 2009

è difficile non percepire la morte dappertutto, addirittura in quel che emana vita da ogni poro.
rivoglio la mia inconsapevolezza di prima.
per carità...

Il sogno di Clitennestra

vide nel sogno verso di lei venire
un drago col capo insanguinato,
donde poi il re Plistenide apparve.

sabato, marzo 07, 2009

le armi cortesi



a nessuno verrebbe in mente
di annoverare il cucchiaio
tra le armi cortesi.
eppure io conobbi un uomo
che sconficcò un cuore
servendosene di uno.

giovedì, febbraio 26, 2009

fuga verso il deserto

memore del tempo
come la sabbia
sei destinato a sgretolarti
e nessuno saprà mai dirti
se ti ricongiungerai
con i frammenti dispersi
o con quell’eterno
vagamente atteso.
avvolto dalla nebbia
cammini insieme alla mischia
senza nemmeno
una certezza del patibolo.

domenica, febbraio 01, 2009

Ritorno dal cimitero

Angela si era messa in testa che la madre era morta per colpa sua. Ogni volta che la madre osava contraddirla, la ragazza le augurava tra sé e sé un malanno diverso.
La madre morì dopo un crudele intervento al fegato senza anestesia. All’uscita della sala operatoria, disse alle figlie che un giorno gli avrebbe raccontato il dolore che aveva dovuto sopportare.
Quel giorno non arrivò mai poiché una settimana dopo, la madre, Luisa, morì all’età di quarantasette anni. Non aveva ancora neanche un capello bianco. Il poliziotto la pianse più che alla propria madre.
Al ritorno dal cimitero, la più grande delle figlie - dallo stesso nome della madre -, scattò una fotografia sulla strada sterrata che portava alla necropoli. Angela portava i suoi soliti occhiali, quella in mezzo guardava nel vuoto, la più piccola singhiozzava ancora per la perdita delle cure materne. Erano tutte rigorosamente vestite di nero.

venerdì, gennaio 30, 2009

Storia senza titolo

da qualche giorno mi si sta abbozzando in testa una storia. è legata a quelle foto un po' macabre che ho caricato nel blog recentemente. sarebbe dunque la storia di vita - o qualche capitoletto di essa - delle mie zie paterne.

ecco l'inizio della storia o almeno le prime righe che sono riuscita a buttare giù.

Sfrecciava vertiginosamente su una strada di asfalto nella macchina di suo padre. Le sembrava impossibile perché il padre era morto da decenni e poi, quella macchina era stata venduta per saldare dei debiti.
Ad un tratto ebbe però una prospettiva più chiara e capì che stava per scontrarsi contro dei piloni di cemento che erano in mezzo alla carreggiata. E come degli edifici infernali, i blocchi di cemento cominciarono a dispiegare le ali. Li guardò meglio e scoprì in essi le fattezze di volti umani. Erano le sue sorelle che le impedivano il passaggio.
La macchina si fermò. Fu lei ad aver schiacciato il freno. In quel momento il suo cuore riprese a battere e il dottore si tolse i guanti e uscì dalla sala.
Fuori c’erano tutte e tre le sue sorelle, perfino la spilungona. Non era che lei ricordasse questa scena, naturalmente, ma le altre gliela raccontarono tante volte che finì per crearsi i quadri della scena.
La prima ad entrare nella stanza una volta che riprese i sensi fu la spilungona. Le piaceva chiamarla così tra sé, e dipendendo dalla giornata, poteva anche diventare ‘la pazza furiosa’.
Quel gesto era stato in qualche modo dedicato a lei. Alcune ore prima, dopo il solito lungo viaggio in treno fino a Empalme, aveva dovuto tornare alla stazione centrale, a due ore di distanza perché la ‘sorellina’ aveva voluto mangiare dei datteri. Quando arrivò a casa dopo quella stancante gita obbligata, si coricò sul letto cercando un po’ di riposo. Ma non era il suo corpo che lo cercava. Il corpo si abitua alle fatiche e le compensa. Il suo spirito, la sua psiche non reggevano più.
Quell’estate avevano dovuto comprare della stricnina per eliminare dei topi in cucina e nel ripostiglio. Andò di scatto in cucina, le altre erano già a dormire, e ne prese la scatola. Lesse le istruzioni d’uso per essere sicura della dose da prendere. Era sufficiente prendere un solo milligrammo, ma come fare a misurarlo?
Poi andò alla descrizione dei sintomi dell’avvelenamento per sapere cosa attendersi:
In caso di avvelenamento, entro un’ora si irrigidiscono i muscoli del collo e del viso.L'irrigidimento si tramuta in spasmi, che acquistano frequenza crescente. Alla fine, si blocca anche la respirazione. La coscienza rimane lucida.

domenica, gennaio 04, 2009

L'anno del gran balzo

L’inizio di un nuovo anno, la ricorrenza del nostro compleanno fa sì che indulgiamo in quella illusione adolescenziale che ci fa pensare che questo anno, sì, ce la faremo a mettere insieme quelle pagine sciolte, riusciremo a superare i traumi infantili, avremo meno paura della morte, e via dicendo. Ciò sarebbe a dire l’anno in cui dovremmo essere capaci di quel gran balzo che attendiamo da una vita.
E come tutte le illusioni -e tutto il resto-, prima o poi, svanisce. Un mese dopo, una settimana più tardi, o il mattino dopo. Lasciatemi andare a nanna con questa dolce sensazione che i fantasmi notturni faranno presto a strapparmela.

sabato, gennaio 03, 2009

L'isola delle cere


La luce del nord
rosea, trasparente
emanava da ogni cielo
da ogni flutto.
Un nevischio impercettibile
ornava la nostra sfilata
su quell’isola.
Tu guardavi altrove,
io chissà dove.
Le cartoline
quanto i ricordi
sono lembi
di ciò che fu.

Descrizione del paesaggio; la topografia si corrisponde con lo stato d’animo; si verifica l’inconsistenza dell’immagine e l’impossibilità della conoscenza.

sabato, dicembre 13, 2008

Memento

oggi D. mi ha fatto ricordare tante cose del passato, di un passato che è ormai lontano.
oggi ho capito che in passato ho ferito diverse persone e altre hanno ferito me.
chiedo perdono. perdono quelli che non chiederanno mai perdono.

martedì, dicembre 09, 2008

Queste ragazzine però...


Non c'è niente di spettrale in questo caso, ma queste ragazzine give me the creeps!

Gli spettri si materializzano


Ma poi ho trovato questa che mi ha fatto capire che gli spettri non esistono e che c'era solo stato un difetto di esposizione. Peccato!

Spettro


Quando ho trovato questa foto quasi me la faccio sotto. Ho pensato che si tratasse di un fantasma. Fa un po' paura, vero?

La monaca di Monza


Potrebbe perfettamente essersi chiamata Gertrude ma ignoro chi sia. Le mie zie erano anche molto bigotte.

Ricordo di Pedrito


Ieri sono stata dai miei e ho frugato in una vecchia scatola di fotografie appartenenti alle zie paterne di mio padre. Vi ho trovato delle foto incredibili tra cui questa che vedete. Nel retro c'è scritto: Recuerdo de Pedrito.
Informazione addizionale: le mie zie erano in quattro, tutte zitelle e vivevano nella casa dove ora abitano i miei. Erano maestre di scuola e devo dire che erano molto coraggiose perché vissero in posti desolati facendo il loro mestiere. Conoscevano tante lingue tra cui il francese, l´italiano e l´inglese. Sono morte una dopo altra quando erano ancora relativamente giovani. Amavano i gatti.

martedì, settembre 23, 2008

"Diamante, né smiraldo, né zafino, / né vernul' altra gema prezïosa, / topazo, né giaquinto, né rubino, / né l'aritropia, ch'è sì vertudiosa [[...]] non àno tante belezze in domino / quant'à in sé la mia donna amorosa."

Giacomo da Lentini

mercoledì, settembre 17, 2008

Dante Gabriel


che famiglia, i Rossetti...

sabato, settembre 13, 2008

Metafora dell'esistenza

"Ma quando le ninfe rugiadose nella città danzando
liete si volgeranno per le strade incoronate
ed un muro diverrà la funesta difesa del bagno,
allora invero innumerevoli tribù di uomini di molte schiatte,
attraversando in armi il guado dell’Istro dalle belle correnti,
distruggeranno la regione scitica e la terra misia;
ma quando assaliranno la Peonia con furiose speranze
li raggiungerà lì la fine della vita e della lotta."

martedì, agosto 19, 2008

è assurdo che un'angoscia piccola e quotidiana ti si conficchi in gola con la forza di una stalattite infernale.
assurdo ma vero.
it happens all the time.

sabato, agosto 16, 2008

un corpo è un mucchio di ossa che talvolta si possono smarrire

venerdì, agosto 08, 2008

Poesia magnetica

metaphor would empty our electric aesthetic.
scream means only waste.
colors write
black purple never green.
passion paints
psychedelic blue
when canvas is surreal.

sabato, giugno 28, 2008

Sogno 1


Salivo un sentiero di montagna, c'erano molti alberi, qualcuno era con me. In cima svettava il muro di un castello. Volevo arrampicarmici - era affascinante - ma sapevo che dall'altra parte c'era il vuoto o un baratro. Il muro era grigio e compatto, senza nessuna apertura, tetro ma nel contempo irreale. Mi sono fermata a guardare il paesaggio e si vedeva il mare. Ma ho definito male quello che si trovava oltre il muro. Il muro era solo una facciata. Sembrava di essere il castello nella sua completezza o una visione frontale di esso, ma dall'altra parte non c'era nulla, il che è diverso dal vuoto.

domenica, maggio 11, 2008

La furia degli elementi


No, gente, non è una foto della terra di Mordor negli ultimi momenti de Il signore degli anelli. È un vulcano in eruzione che in questi giorni sta sfogando la sua furia sugli abitanti di Chaiten, un paesino cileno di 4500 persone.

domenica, aprile 06, 2008

Non è che non abbia niente da dire ma...

nell'ultimo periodo sto processando esperienze e informazioni e ho pochissimo tempo per fare degli apporti sostanziali - e personali - a questo blog. Saprete scusarmi, spero. Non potendo offrirvi niente di me stessa, ricorro alle parole, ai suoni e alle immagini altrui.
Ieri ho visto per la prima volta From the basement. Vi lascio questa bellissima versione di Last Flowers. Spero compensi la mia mancanza di parole.



appliances have gone berserk
i cannot keep up
treading on people's toes
snot-nosed little punk

and i can't face the evening straight
and you can offer me escape
houses move and houses speak
if you take me there you'll get relief, believe, relief, believe

and if i'm gonna talk
i just want to talk
please don't interrupt
just sit back and listen

cos i can't face the evening straight
and you can offer me escape
houses move and houses speak
if you take me there you'll get relief, believe, relief, believe
relief, believe

it's too much, too bright, too powerful
too much, too bright, too powerful
too much, too bright, too powerful
too much

venerdì, aprile 04, 2008

L'inconsolabile Orfeo di Pavese

Il sesso, l'ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo
sotterraneo e promisero a più d'uno beatitudini ctonie. Ma il tracio
Orfeo, cantore, viandante nell'Ade e vittima lacerata come lo stesso
Dionisio, valse di più.(Parlano Orfeo e Bacca).


Orfeo: E' andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S'intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch'è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com'era prima; che un'altra volta sarebbe finita. Ciò ch'è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d'un topo che si salva.

Bacca: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si
diceva ch'eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono
perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che - solo tra gli uomini - hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

Orfeo: Che c'entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

Bacca: Qui si dice che fu per amore.

Orfeo: Non si ama chi è morto.

Bacca: Eppure hai pianto per monti e colline - l'hai cercata e chiamata - sei disceso nell'Ade. Questo cos'era?

Orfeo: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L'Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L'ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.

Bacca: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.

Orfeo: Per poi morire un'altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l'orrore dell'Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos'è il nulla.

Bacca: E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l'hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.

Orfeo: Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L'Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m'importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

Bacca: Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un'esistenza.

Orfeo: Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell'Orfeo che discese nell'Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d'allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.

Bacca: Molte di noi ti vengon dietro perché credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?

Orfeo: O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non
tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.

Bacca: Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all'amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.

Orfeo: Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti... Non vale la pena.

Bacca: Un tempo non eri così. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli dèi. Tu stesso insegnavi che un'ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa più che umani... Tu hai veduto la festa.

Orfeo: Non è il sangue ciò che conta, ragazza. Né l'ebbrezza né il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.

Bacca: Senza di noi saresti nulla, Orfeo.

Orfeo: Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all'Ade...

Bacca: Sei disceso a cercarci.

Orfeo: Ma non vi ho trovate. Volevo tutt'altro. Che tornando alla luce ho trovato.

Bacca: Un tempo cantavi Euridice sui monti...

Orfeo: Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c'è più Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli dèi della festa qui non serve.

Bacca: Anche tu li invocavi.

Orfeo: Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l'ebbrezza. Tutto questo lo so e non è nulla.

Bacca: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.

Orfeo: E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. E' necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L'orgia del mio destino è finita nell'Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.

Bacca: E che vuol dire che un destino non tradisce?

Orfeo: Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.

Bacca: Può darsi, Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com'è dunque che scendiamo all'inferno anche noi?

Orfeo: Tutte le volte che s'invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell'Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.

Bacca: Dici cose cattive... Dunque hai perso la luce anche tu?

Orfeo: Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.

Bacca: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C'è una strada più semplice d'ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.

Orfeo: Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.

Bacca: Forse è per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il dio. Sei disceso dai monti. Canti versi di amore e di morte.

Orfeo: Sciocca. Con te si può parlare almeno. Forse un giorno sarai come un uomo.

Bacca: Purché prima le donne di Tracia...

Orfeo: Di'.

Bacca: Purché non sbranino il dio.

Cesare Pavese - Dialoghi con Leucò

giovedì, marzo 20, 2008

Into the wild

Ho appena visto l'ultimo film di Sean Penn. Questo ragazzo diventa sempre più interessante man mano che cresce...
Into the wild è un film bellissimo. Mi ha strappato delle lacrime da tanta bellezza. Non soltanto perché la storia sia triste. È qualcosa altro.
Gran parte di noi ha avuto la fantasia di fare un viaggio come quello del protagonista.
La musica, inoltre, è incredibile. Un Eddie Vedder che non ascoltavo da tempo, ma più maturo.
Il film è molto americano, sì. Sean Penn è molto americano. Ma chi ha detto che tutti i prodotti americani vadano male solo perché alcune cose dell'America fanno cagare?
L'America ha dato alla luce grandissimi scrittori, dotatissimi musicisti e il suo paesaggio è vasto e meraviglioso.
Guardate il film perché it's worth it!

venerdì, marzo 14, 2008

L'ultimo filmato

Quelle che seguono sono le scene finali del copione che loro hanno messo in atto.
Una domenica pomeriggio sotto gli ultimi bagliori del sole preautunnale decisero di fare un filmato da portarsi come ricordo di quegli anni.
La cinepresa gli era stata prestata da un conoscente, dovevano ridarla dopo pochi giorni quindi fecero una gita domenicale come le tante altre che avevano fatto insieme.
Ma prima di partire vollero riprendere qualche scena in casa.
Lei era seduta al tavolo nel salotto cucina. Aveva l’aria cupa di chi sta facendo qualcosa di poco importante ma che vuol far sembrare imprescindibile perché solo in quegli infimi attimi sente di essere rilevante almeno per se stesso.
Mentre lui la riprendeva, c’era sullo sfondo un’allegra melodia reggae che contrastava con il suo sguardo triste e malaticcio più assimilabile all’eire giamaicano.
Di scatto si alzò dalla sedia, lui disse agli eventuale spettatori che avrebbero fatto vedere la casa. Sembravano due padroni di casa invisibili, i fantasmi di un castello che ormai nessuno avrebbe più visitato.
Il salottino era piccolo ma svuotato come era di mobili e decorazioni sembrava ampissimo. Un sofà e una poltroncina tutti e due verdi, un tavolo con sopra una lampada pendente - perché a lei piaceva l’illuminazione tenue -, una T.V., due quadri con delle foto da lui scattate, e un poster dell’Islanda dove lei voleva andarci in vacanza da tempo.
Si avviarono, dunque, verso il corridoio e fecero vedere le altre stanze, tutte vuote; i materassi senza lenzuola, le finestre nude di tendine. L’immagine più calda era quella del letto loro.
In realtà questa non era la camera da lei preferita; un giorno lui cambiò camera dopo una lite che durò tanti giorni silenziosi e quando fecero pace, lei dovette trasferirsi suo malgrado.
Finita questa scena, uscirono di casa. Lui la riprendeva mentre scendeva le scale dell’entrata, aveva adesso un’aria distratta e negligente.
Salirono in macchina e lei riprendeva la strada al ritmo della guida. Il paesaggio le sfuggiva velocemente diventando fugace nel suo susseguirsi caleidoscopico di alberi, prati, case, cimiteri, colli, ruscelli.
Arrivati alla prima mèta fermarono la macchina e salirono a piedi un viottolo in mezzo ai colli che li avrebbe portati alla casa degli antenati di lui. Riprendeva lui stavolta, lei si girava attorno sulla cima del colle. La casa era vuota e abbandonata da tempo, le pareti piene di crepe profonde e l’erba alta e selvatica.
Dopo ciò litigarono –nel filmato non si vede la scena – si riesce ad intuire dalle scene che seguono. In seguito ad un breve tragitto in macchina scendono tutti e due dalla vettura, si siedono sull’orlo di uno strapiombo e guardano il paesello sottostante ma senza scambiar parola. Lui si accese una sigaretta che fumò con voluttà, lo stesso fece lei dopo qualche secondo per non sentirsi tanto sola.
Montarono ancora in macchina. Lei continuò a filmare il paesaggio ora a tornanti e le immagini diventavano sempre più vertiginose, violente. Capiva di star avviandosi verso una destinazione dalla quale non c’era ritorno, ma ormai era impossibile fermarsi.
Sull’autocassette suonava una canzone premonitoriamente adatta al momento. Il ritornello ripeteva “make tomorrow today” e poi continuava “ take all these words standing between us, let us be what we can”. Eh si, se soltanto si fossero potuti accontentare di ciò che erano, tante parole mai dette che purtroppo non sarebbero più state pronunciate.
Ad un tratto abbandonarono la strada principale e percorsero un cammino sterrato. Volevano arrivare al punto più alto del valico. Da poco ci erano state montate due eliche, già da lontano le si poteva intuire, due giganti in mezzo alla desolazione di un paesaggio ruvido e ventoso.
Finalmente ci arrivarono, davanti a loro si erigevano i due colossi annaspando le triplici pale. Lei spiegava dove si trovavano al tempo che lui la riprendeva. Da una parte si stendeva un cumulo di paesi punteggiati di bianco, dall’altra il mare lontano che la leggera foschia non permetteva di scorgere del tutto.
In giro c’erano dei forestieri che raccoglievano i funghi, uno di loro gli spiegò che si trattava di una varietà chiamata “mazza di tamburo”. Colse in mano uno anche lei. Se ne poteva mangiare solo la cappella perché il gambo era velenoso.
Il vento le disordinava i cortissimi capelli e fischiava così tanto da non permettergli scambiar parola. Corsero verso l'auto e spensero la macchina da presa. Il filmato aveva raggiunto la sua fine.
Una scoscesa strada discendente li riportò giù in paese.

mercoledì, marzo 05, 2008

Un elenco dei libri da leggere

Da alcuni giorni tutto il mio intelletto è volto alle letture obbligate per un esame a lungo rimandato e che ormai devo fare.
Qua e la ci sono però delle informazioni interessantissime su cose ascoltate ma mai verificate.
Ed ecco che ho trovato l'Indice dei libri proibiti redatto dalla Chiesa, iniziato nel Cinquecento e rinnovato anno dopo anno fino al 1948!
Se cliccate sul titolo avrete accesso all'ultimo degli indici nel quale troverete elencati autori- tra tanti altri - quali Benedetto Croce, Gabriele D'Annunzio e Antonio Fogazzaro.
Il solo fatto che siano stati proibiti invita morbosamente una lettura anche di quelli sconosciuti.

giovedì, febbraio 28, 2008

V. vs v.


Il Tasso ha la capacità di affascinarmi in modo rinnovato volta dopo volta che frugo nel suo pensiero.

Il suo adattamento, ad esempio, del dogma aristotelico per quello che riguarda la costruzione di un poema eroico. Secondo lui, l'elemento essenziale di tali poemi era che il vero si mescolasse al verosimile.

Facendo un esercizio di estrapolazione, mi viene da pensare che lo stesso accade con la nostra autobiografia, quella ricostruzione che facciamo del nostro passato nella quale fondiamo i fatti accaduti a una versione del tutto nostra - ma plausibile - della nostra storia di vita.

La funzione di questa finzione verosimile sarebbe dilettare.

È bene ricordare queste riflessioni all'ora di assegnare alla propria versione dei fatti il valore intrinseco di verità indiscutibili.

La nostra vita tale come la concepiamo non è che una finzione dilettevole.

Analogiche


rinchiusa in un armadio nella mia vecchia camera a casa dei miei, la macchina da scrivere nella quale battei tante lettere ad amici esteri e in cui trascrissi, ad esempio, un glossario di mitologia nordica in inglese che era in un cassetto dello stesso armadio.

la cosa piú fantastica e allo stesso tempo terribile della macchina da scrivere era che cancellare ciò che si aveva scritto era faticosissimo e perciò rimanevano sempre tracce di quelle cassature.

nel 1994 mio padre comprò un computer e la macchina venne dimenticata. ma questo non le toglie il suo ruolo primordiale nella mia vita e cioè avermi avviato allo scrivere in un modo strutturato e pianificato. oltre alla consapevolezza, ancora più importante, del fatto che non tutto è cancellabile.

oggi la mia passione per i meccanismi analogici si verifica nella fotografia. mi è appena stata regalata una machina fotografica analogica degli anni ottanta. posso scommettere però che questa volta non verrà dimenticata in un armadio.

mercoledì, febbraio 20, 2008

Slow death

Cliccate sul titolo, mi raccomando!

Once upon a time...

Ed ecco un brevissimo racconto. Come prima, cliccate sul titolo e potrete leggere il racconto in un'antra finestra.

Magnetic poetry

Per leggere la poesia, cliccate sul titolo e voilà!

sabato, febbraio 16, 2008

E ora un classico...

Il fatto di aver scoperto che cantasse una delle mie canzoni preferite ha fatto che mi piacesse ancora di più.

La mia scoperta della serata

Avevo sentito il suo nome diverse volte ma non ci ho mai fatto caso. Finché non l'ho visto al Live at the Rehearsal Hall, stasera. Canta delle canzoni bellissime, sue e di altri. Vi presento Rufus Wainwright, se per caso non lo conoscete ancora...

lunedì, febbraio 11, 2008

Vertigine

[ver-tì-gi-ne] n.f. [pl. -i]
1 (spec. pl.) illusoria sensazione che il corpo o gli oggetti circostanti ruotino o oscillino.
Dal lat. vertigine(m), deriv. di vertere ‘volgere, girare’


Negli ultimi giorni mi sono volontariamente sottoposta a diverse situazioni che normalmente svegliano in me uno dei malesseri fisici - e psichici - che più impotenza mi provocano: le vertigini.


Comunque non è andata così male. Me la sono cavata bene sia sulla funivia che sulla seggiovia. Non è andata tanto bene però su un ponte pericolante.


Ecco le foto a testimonianza delle dure prove che ho superato.
dormivi sul fondale,
strati di fanghiglia
ti ricoprivano.
ti sei svegliata rinvigorita,
atemporale.
allora hai compreso
che l'eternità
è solo quella.

I mille volti del lago


Che i mari ci sembrino sempre diversi è qualcosa che tutti abbiamo sperimentato. La sua natura è cangiante per via delle correnti, delle maree, dei venti.

Qualcosa mi faceva pensare che non succedesse lo stesso con i laghi. Avevo un unico ricordo della lago della foto. Lo ricordavo solo blu e increspato.

Nelle ultime due settimane ho invece scoperto che un lago può, alla pari di un mare, sembrare sempre diverso.

So di essere stata un po' suggestionata, negli ultimi giorni, da una sorta di animismo panteista al punto che non è passato un attimo in cui non parlassi delle montagne, dei laghi o dei boschi senza identificarli con qualcosa di sublime.


Ma ditemi voi se non c'è qualcosa di soprannaturale ad alonare questo paesaggio.

Abbiate pazienza, prima o poi mi passerà... Il grigiore della città non tarderà molto a spazzare via queste immagini e sensazioni. La Carol di città è di ritorno. Purtroppo.

Lamponi selvatici

La spiegazione alla lunga assenza di post su questo blog si deve al fatto che mi sono trasportata a un altro periodo della mia vita. Se state pensando che ho scoperto come viaggiare nel tempo, vi sbagliate.

Sono invece stata nel luogo che mi ha visto crescere, a Bariloche, in Patagonia. Erano 13 anni che non ci andavo per motivi che ora sfuggono alla mia comprensione. Quello che sí ricordo, invece, è che l'ultima volta che l'ho visitato sapevo che non ci sarei tornata per molto tempo, intuizione che si è verificata.

Sono state tante le cose che mi hanno riportato alla mia infanzia durante questo viaggio introspettivo - cosí lo chiama il mio ragazzo-: i laghi, le montagne, le visite alle case in cui ho abitato, gli incontri con gente cara del passato, ecc ecc.

Ma qualcosa di più sottile mi ha fatto sentire, in un baleno, "la bambina che fui". Un giorno mentre camminavo sul ciglio della strada ho colto alcuni lamponi e tale come facevo da bambina, li ho ingoiati. E immediatamente mi sono sentita piccola piccola, innocente, tenera come se non fossi mai cresciuta. È stata un'esperienza meravigliosa, direi quasi unica.

Ancora una volta, ho riscontrato che gli odori e i sapori sono una fonte inesauribile di ricordi. Gocce di memoria potenti come un narcotico.

lunedì, gennaio 14, 2008

La poesia combatte col rasoio

È il titolo di una poesia di Domenico di Giovanni detto il Burchiello, autore quattrocentesco che seppe mescolare argutamente il doppio senso e il nonsense al suo linguaggio riccamente popolareggiante.
Una di quelle rare perle che la poesia ogni tanto offre. Adatto agli amanti degli autori che pur non appartenendo alla tradizione colta, meritano più di una lettura, come Cecco Angiolieri ad esempio.
Ma a differenza di Cecco, il Burchiello non solo si lamentava della sua sorte di poeta affamato o della donna che l'aveva tradito ma criptava la sua scrittura al punto che oggi difficilmente riusciamo a scoprire che volesse dire, a chi si rivolgesse con esattezza.

Nella poesia che intitola questo post però, il Burchiello parla di qualcosa di più intelligibile che è un tema ricorrente nella storia della letteratura e cioè, la lotta tra il disperato bisogno di poetare e l'ineludibile necessità di mangiare.

Ciò che è notevole è la conclusione alla quale arriva il Burchiello verso la fine del suo sonetto caudato: ormai non gli interessa quale dei due vinca nel combattimento, se la poesia o il rasoio, se la vocazione della sua anima o il mestiere che gli fa guadagnare da vivere. L'importante è che uno dei due gli paghi il vino!

Credo che ce ne sia da imparare. Che Domenico di Giovanni sia riuscito a capire questo già all'ora è meritevole, qualcosa che potrebbero imparare da lui tanti cosiddetti artisti che si dibattono tra la loro arte e i loro mezzi di sostentamento.

Ma ecco il sonetto:

La poesia combatte col rasoio
e spesso hanno per me di gran quistioni;
ella dicendo a lui: "Per che cagioni
mi cav'il mio Burchiel dello scrittoio?".

Ed ei ringhiera fa del colatoio
e va in bigoncia a dir le sue ragioni,
e comincia: "Io ti prego mi perdoni,
donna, s'alquanto nel parlar ti noio.

S'io non foss'io, e l'acqua e 'l ranno caldo,
Burchiel si rimarrebbe in su 'l colore
d'un moccolin di cera di smeraldo".

Ed ella a lui: "Tu se' in gran errore,
d'un tal desio porta il suo petto caldo,
ch'egli non ha in sí vil bassezza il core".

Ed io: "Non piú romore,
che non ci corra la secchia e 'l bacino;
ma chi meglio mi vuol mi paghi il vino".

Da: Il Burchiello (Domenico di Giovanni), Rime

domenica, gennaio 06, 2008

Riflessione per l'anno novello II

Qualche ora fa mentre mettevo in ordine il cassetto delle mutande mi sono stupita del fatto che - malgrado l'anzianità di alcuni capi - le avevo comprate tutte io, col frutto del mio lavoro.
You've come a long way, baby...




martedì, gennaio 01, 2008

Riflessione per l'anno novello

In quale attimo l'adulto disincantato si sostituisce al bambino sorridente?

sabato, dicembre 29, 2007

Il corteggiamento ( fatto a un'ombra)

Corteggiare le ombre
come in una danza
con le vesti strappate.
Camminare su sassi roventi
in estatico passo.
Affondare nel riflesso,
amare per figura,
sono forse le uniche vie
che ci rimangono.

venerdì, dicembre 28, 2007

On an island

Remember that night
White steps in the moonlight
They walked here too
Through empty playground, this ghosts' town
Children again, on rusting swings getting higher
Sharing a dream, on an island, it felt right

We lay side by side
'tween the moon and the tide
Mapping the stars for awhile

Let the night surround you
We're halfway to the stars
Ebb and flow
Let it go
Feel her warmth beside you

sabato, dicembre 22, 2007

La bambina che fui


Quanto sono belli...

Jigsaws falling into place
There is nothing to explain
Regard each other as you pass
She looks back, you look back
Not just once
Not just twice
Wish away the nightmare
Wish away the nightmare
You've got a light you can
feel it on your back

Chi non vorrebbe essere una pallina colorata?

La cattiva coscienza

rispetto agli oggetti.

Il libro della vita

All the pages were blank. Then, to my surprise, it started writing itself

I tempo cambia i volti

ma non le anime.

Salta se puoi!


Chissà se all'epoca indovinavo che la vita si trattava proprio di questo...

sabato, dicembre 15, 2007

Pensandoci meglio,

quella che prediligo è la melagrana.

giovedì, dicembre 13, 2007

13 dicembre

Quasi esattamente sette anni fa, un 26 dicembre, ho cominciato a ossessionarmi con la biografia di un personaggio molto particolare del quale non avevo mai sentito prima. Sfogliando una vecchia ma fedele enciclopedia storica che c'è a casa dei miei trovai i cenni biografici di Federico II di Svevia che guardate caso, era nato proprio il 26 dicembre 1194.
Quella lettura di circa 20 righe mi impressionò tanto che dopo quel giorno cercai tutto il trovabile sul personaggio. Scoprii, tra l'atro, che c'erano molte connessioni tra me e questo personaggio, considerate le differenze del caso, ovviamente. E venni a sapere che come me molti altri erano interessati alla sua figura, che c'erano su Internet interi siti a lui dedicati.
Ma una delle cose più curiose era che Federico era morto lo stesso giorno in cui io ero tornata dal mio soggiorno di due anni in Italia, cioè un 13 dicembre. Solo che 750 anni prima.
Quel dicembre del mio ritorno fu molto strano, a dire il vero. Una curiosa successione di coincidenze, di allucinazioni, di sincronie. Non tutte piacevoli, però. Ma la scoperta di un inspiegabile legame a quell'essere dai capelli e dalla barba rossiccia che si sentiva più italiano che svevo, rimane come un piacevolissimo ricordo che celebro ogni 13 dicembre, ogni 26 dicembre.
Forse è un modo di celebrare la nascita della mia particolare italianità, che non si identifica con i tipici tratti di coloro che nel mio paese si dicono italianissimi iuris sanguinis.
È qualcosa che in me prende vita ogni volta che apro bocca e comincio ad articolare qualche parola. Qualcosa che nessuno mi può togliere perché è un rapporto intimo al quale nessuno può prendere parte ma che nel contempo, condivido con gran parte del mio mondo. Dell'italiano ho scelto la tonalità della voce. Le parole però sono mie.

Cadavere squisito scritto insieme a Fabio (e alla Cony)

Di Fabio ricordo la sua delicatezza, le sue mani bianchissime, affusolate. Amava i fumetti di Pazienza. Faceva il giocoliere. Aveva qualcosa del poète maudit.
La prima volta che lo vidi lo trovai irresitibilmente bello. Dopo averci parlato un paio di volte, riconobbi in lui la genialità della pazzia.
La notizia della sua morte mi colpì tantissimo. Curiosamente me la trasmesse l'altra autrice della poesia che segue. Immediatamente cercai su Internet i dettagli di come era avvenuta una scomparsa così ingiustificabile. Trovai qualcosa che non riuscì però a convincermi che fosse lui, lo stesso ragazzo che avevo conosciuto.
La morte, la grande beffarda, all'ora di portarci via, crede di poter sottrarci dal mondo dei viventi. Ma ciò che si porta via è il nostro corpo, la nostra voce, il nostro sguardo. Tuttavia continuamo a vivere mentre c'è ancora qualcuno a ricordarci. Visto sotto questa luce, Fabio è tuttora tra noi.

Ho lasciato il mio rifugio di parole
Solo per vedere angeli di carne
Mutarsi nell’infinità del mare,
un vuoto caotico in cui perdo
la direzione ma so per certo che
non sono solo, svuotando la mente
viaggiando nei fiumi, camminando sui sassi,
vengono giù con l’acqua
petali di tutti i colori che cambiano
col mio pensiero, matto, che continua
a scorrere senza sosta, senza fretta,
velocemente, quasi lacerante,
come un corpo spezzato dalla pioggia cosmica.
Pace. Luce.

Carol - Fabio - Cony
Come Orfeo dovrò morire vittima delle lance. Traci selvaggi spezzerano il mio corpo per dopo venerarmi, e io mi sottometterò a questo sacrificio, mi consegnerò docile al mio destino ineluttabile. Perchè non ci sono piu ragioni per la mia esistenza che ricongiungermi con mia amata nei cieli. La sua dolce voce mi accarezza e mi culla, e ormai non posso neanche sentire le grida del mio dolore.
Destino ha voluto che l’incontrassi per la prima volta (forse non la prima veramente) su prati coperti di fiori e graminie velenose. E questo ricordo lo terrò per il resto dei giorni e delle vite che verrano.
Ma come eludere gli occhi – che tutto vedono- della invidiosa Ecate, baccante maledetta di sete per la mia Euridice?
A lei dedico questa auto immolazione. Sa che mi rincontrerò con lei. Che mai più potrà decidere sul destino del nostro amore, chiaro come la volta celeste, luminoso come gli astri che la adornano. Lei vivrà per rimpiangerla. Io moriro per rincontrarla.

Jean Cocteau in memoriam

Sei nelle mie vene
il dolore squisito che
alcuni han trovato
nell’oppio.

Cadavere squisito insieme a Sara

Senza pensare al domani,
ti chiedo di prendermi tra le braccia dell’oblio,
perché è come essere bambini
ma ricordando tutte quelle che potrò essere.
E avere l’importanza che tu dai
all’oggi, ieri e domani
come un tutto indissoluto.
Come la sabbia che si sgretola al vento
che fa infuriare il mare sconfinato,
come i tuoi occhi che piangono di libertà.
E lei diventerà il tuo nome.

Io,

la mela cotogna.

Quiz

E tu le mele come le preferisci verdi o rosse?

Riflessione



al tempo delle mele, la mia cassetta era già vuota.

venerdì, dicembre 07, 2007

Desideratum

dormire
sotto il manto stellato
quali bestie
che non chiedono,
non aspettano
solo cercano
e sono soddisfatte
o periscono.

giovedì, dicembre 06, 2007

TOPOS MALINCONICO (oppure LOCUS ORRIDUS)

Costeggi il bosco.
I boschi odono
il lacrimar perpetuo.
Cerchi disperato le acque
da cui bere.

Imboccherai il sentiero
dettato dalla voce spezzata:
essa non dice
che profezie criptate.
Giungerai alla fonte
dei desideri
che scorre impassibile.

Sta’ attento, però.
Il fiume è miraggio,
è specchio,
rovina,
salvezza.
Ma bevi.

martedì, novembre 27, 2007

Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare
attingere Dio. Ma v'è una stoica accettazione più nobile
ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più.
Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente)
come l'ossidiana. L'allegria ch'essa può dare è indicibile.
È l'adito - troncata netta ogni speranza - a tutte le libertà possibili.
Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio,
pur sapendo - definitivamente - che Dio non c'è e non esiste.


Giorgio Caproni, Inserto (Il franco cacciatore)

sabato, novembre 17, 2007

Sono come in un mondo parallelo
che mi sconvolge,
Mi sento nuda e bambina
che piange quando il giorno la scopre.
Devo dire molte cose al tutto.
Ti ho amato in silenzio in ogni vita,
in un attimo fuggente che sparisce
senza aspettare il tramonto o l’alba.
Che senso ha nell’istante di una vita?
Morirò nei tuoi baci
e rinascerò capra,
che maledice il tempo
Senza pietà, sommersa nel pozzo della verità.
E getterò le nostre monete cinesi,
circolari come la Fortuna.
Perché il nostro destino
è come la ghigliottina che taglia
le teste maledette.

(Vitanonlongaest in una vita precedente insieme a Cony e a Sara)

In primavera,
quando tutto
il vivente sfarfalla,
i fiori mi fanno
sentire ribrezzo.
Mi rammentano
del camposanto
su cui ho tirato su
questi muri.
Le morti subite
non si inumano
nel giardino
retrostante.






Cordoglio


Leggo in penombre
mentre il corteo funebre
sfila sotto gli ultimi barlumi
di un cielo plumbeo.
C’è tra la scorta
un mesto gioire;
sono lusingati
di onorare la morte.
Non scorgono quel viso
accostato alla finestra
cui giungono tenui lumi
che presto svaniranno.
Dovrei varcare la soglia.
Li vedo scomparire
con la bara lucente
che rispecchia il mio viso.

martedì, ottobre 30, 2007

Misty

Nebbioso e sonnolento
aspetta
di essere svegliato
dall’oblio.

domenica, ottobre 28, 2007

Ritorni

un hinterland arrugginito,
non l'ombra di chiese o castelli.
è la civiltà nella sua riduzione più vile,
quella che divora paesaggi e avvelena fiumi.
da qualche parte c'è scritto
pensa alla tua eternità,
la dà per scontata.
solo chi crede all'eternità
può trascinarsi per la vita
lasciando dietro a sé
relitti della propria miseria.
eppure li si vede contenti,
ignari della sofferenza
mentre trangugiano hot dogs.
torneranno nelle loro casupole
e il figlio più piccolo
aspetterà alla soglia
per abbracciarli
sporco di fango e latte.

sabato, ottobre 27, 2007

Oh, che mai viene sul mare
oltre le secche e le mobili sabbie;
e che mai giunge alla mia casa
con lenta vela e vela veloce?

Un vento viene sul mare
con un lamento nella voce;
ma nulla giunge alla mia casa
con lenta vela o vela veloce.

Lasciate, lasciatemi stare,
che segnata è ormai la mia sorte;
uguale m'è la terra o il mare,
il veleggiare lento o veloce.

(Song di Christina Rossetti nella traduzione di Cristina Campo)

La bramata unitas di Pavese

Mentre era a Brancaleone, Pavese era ossessionato dall'unità del racconto. Finalmente, verso la fine del confino giunge alla conclusione che uno degli aspetti più importanti dell'unità in Omero è la ripetizione degli appellativi e dei versi ritornanti in ogni libro.
Ho cercato di identificare gli elementi che successivamente ripeto quando scrivo ed ecco che Illusione - Svanimento - Morte - sono i concetti ricorrenti che maschero sotto altri nomi.

C'è da pensare che l'ossessione di Pavese sia ricollegabile alla graduale disintegrazione del suo essere. E l'unità a una presunzione di eventualmente riuscire ad arginarla.

La ricerca dell'unità è, nel mio parere, inutile perché impossibile. Ci si lascia la vita.
In linea di massima si può ornare, si può pavesare l'esistenza in modo tale che talvolta gli altri contemplino una certa unità. Peraltro non siamo che un ammasso di ossa.

video

L'Artista secondo Pasolini

venerdì, ottobre 26, 2007

La tristezza dura una vita
E sopravvive la morte.
Le cornici vuote
il caro viso mangiato
dagli avvoltoi del tempo.
Un didascalico Dioniso
m’inoltra nel mistero
della vigliacca vita
mitra
mite
lite
vite
dalla quale spremerò sacre gocce
e ungerò le mie membra spezzate
spazialmente sposate col sole
nero della magia oltremarina.
Ma estatica ti aspetterò a Bisanzio
e t’invocherò
pur sapendoti
tre volte morto.

Il giorno che ti conobbi
luce e suono si allinearono
in un angolo perfetto .
Ora tutto quanto di noi rimane
non è che plastica,
cartone, stoffe vecchie
foto giallastre,
canzoni avvelenate.
Di me rimarrà solo
Questo busto
Dentro al quale c’era,
prima, un corpo
consacrato al rituale.

Viole del pensiero


Le lacrime possono non solo solcarti il viso ma anche l’anima quali scoscesi fiumi di montagna che vanno a sfociare nel più limpido specchio del tuo essere.
Nella lontananza diventeremo sempre più belli, ti dissi. Ormai sono diventata la più bella del villaggio. Ma quello che al mondo appare così affascinante è unicamente infinita tristezza. Tutte le cose sconfinate racchiudono alla fine una qualche bellezza e dunque una loro orridità.

Les lits sont toujours plus pales que les mortes.
Alla vigilia di tutto ciò che potè essere, nessuno saprà mai dire se la mia morte era già predestinata. O se prenata ero già desta per la morte.
Gli occhi socchiusi sentono l’orrore della visione futura, la lucifera chiarezza della verità.
Le mani tentano d’allacciarsi alla maniera dei morti, ma l’assurda volontà di vivere per riguardarmi dall’oltretomba le tiene sospese.
Si chiamava Giovanni, chissà se si chiami ancora o se si sia mai chiamato così.

Non ne porto che un vago ricordo del suo timido approcciarsi alle donne con diffidenza.
Viveva sui monti nella casa in cui erano vissuti e morti i genitori e prima ancora i nonni.

Ai ciliegi toglieva i frutti come qualcuno che alla vita vuole prendere tutto, ma le ciliegie son frutti piccoli.

Nessuno mi raccontò mai la sua storia. Perché decise di rimanere in quella casa ingombra di ricordi, perché le sorelle erano diventate suore.

Di lui conobbi un paio di cugini e un pronipote. Costui aveva il suo stesso godimento per il silenzio e per il rimuginare i pensieri.

Alle donne avrà avuto poche cose da dire. I cani e le piante, del resto, sono più fedeli. Gli uni vivono poco come per affezionarcisi troppo, le altre non proferiscono parola e crescono regolari e le si può potare i rami.
ho deciso che d'ora in poi questo sarà un blog in italiano. è l'unica lingua che mi riesce meglio. mi dispiace per i lettori ispanofoni che, comunque, sono pochissimi.

domenica, settembre 16, 2007


la città in negativo

venerdì, marzo 30, 2007

Le lacrime non lavano
il sangue secco.
Per quale portento i morti risorgono?
Le porte degli Inferi
mi si aprono davanti solo adesso,
dopo tante preghiere
qualcuno laggiù si è impietosito
ma quanto tardi
non sono più io,
non amo più coloro che amai
non voglio più essere
colei che fui.
Che dio temibile fa parlare i morti?
I morti sono destinati
a tacere in eterno e se parleranno
lo faranno fuori spazio tempo.
Euridice è viva laggiù da qualche parte,
colei per la quale quasi moristi,
Euridice, colei che vorresti riscattare ma il prezzo è la tua indennità.
Gli dei ti impongono condizioni che sanno
non potrai mai rispettare.
Sono consapevoli che arriverà
il momento fatale in cui ti volterai
a guardarla
e anche tu sai
che sarà
l’ultima volta.
A chi giova questa miseria
Dell’anima e del corpo?
A chi Giove?
A me, Saturno.

lunedì, agosto 07, 2006

una cierta luz en el cielo,
abre una brecha eterna
en tu existencia.
cuando
el sol del invierno
vuelve a refulgir,
el silencio
se adueña de la nada.
el lobo canta
con la fatalidad del tiempo.
ese es el cruel
y despiadado fin
que une por siempre
nuestros destinos.

giovedì, agosto 03, 2006

Segunda entrega (que debería ser tercera)
Hace unos días cuando estaba redactando mi segunda entrega para este tan poco visitado blog - por mí y por los otros – tuve problemas con mi precario sistema y más precaria aún conexión y perdí todo lo escrito y luego mi paciencia. Así que aquí va la tercera...

A la recherche du temps perdu
En disquisiciones filosófico-ontológicas con V. , entre planillas de Word y otras tareas administrativas poco agradables, surgió la pregunta de no pocos de si nuestras fotos son representaciones de nuestro ser, si esto nos generaba conflicto (creo recordar la frase tensión ontológica, aunque las cuestiones del ente no son mi especialidad), si las fotos que nos sacaban nos robaban instantes de vida o el alma como creen los orientales – y también Mercedes Sosa...-etc, etc.
Y acabo de descubrir, mientras lavaba los platos de la cena, que si esto último fuera así, estoy en problemas. No sólo hay muchas fotos de mi persona dando vueltas por el mundo, o guardadas en los cajones del olvido de alguien, sino que casi sistemáticamente los ladrones de almas, los fotógrafos, han signado mi vida. Comenzando por mi padre, siguiendo por algún tío y luego los varias iniciales menos ligadas a la sangre sino a la elección (?): M., S., D., D., y quizás otros que no logro recordar en este momento.
Existe la manera de calcular la cantidad de tiempo perdido? Si a estos instantes desvanecidos le sumamos horas de viaje en los transportes públicos, horas de sueño, convalecencias hospitalarias y momentos de ocio larval, podríamos estar hablando de años enteros.
Maldito cronos...ni siquiera a la hora de escribir esta suerte de patético diario intimo puedo alejarlo de mis pensamientos. Dicen que los nombres signan los destinos de sus portadores, por qué no debería ser así en el caso de este blog?!

sabato, luglio 08, 2006

Del Barroco dijo B. Croce que tal vez habría que rescatar su adiestramiento estilístico, esa iniciación a los secretos del arte de la cual Europa necesitaba para salir de algunas prácticas medievales y para encaminar la prosa, la poesía y el arte moderno en todas sus formas.
A veces, no dejo de sentir que me estoy adiestrando, que experimento con el fin de salir de la oscuridad que ha pesado sobre mí tanto tiempo.
Lo más temible es que me suceda como a los escritores barrocos, es decir, que perseguir ese buen decir que tanto me es caro me conduzca a la vacuidad, que simplemente termine siendo la elaboración de una mera enciclopedia de lo limitadamente cognoscible por mi.
Y es esa la intuición que más me turba: ¿hasta cuando continuar en mi búsqueda si tal vez el resultado sea la palabra por la palabra misma?
Porque, no olvidemos: vita non longa est
Y yo, todavía, sigo buscando.