È il titolo di una poesia di Domenico di Giovanni detto il Burchiello, autore quattrocentesco che seppe mescolare argutamente il doppio senso e il nonsense al suo linguaggio riccamente popolareggiante. Una di quelle rare perle che la poesia ogni tanto offre. Adatto agli amanti degli autori che pur non appartenendo alla tradizione colta, meritano più di una lettura, come Cecco Angiolieri ad esempio. Ma a differenza di Cecco, il Burchiello non solo si lamentava della sua sorte di poeta affamato o della donna che l'aveva tradito ma criptava la sua scrittura al punto che oggi difficilmente riusciamo a scoprire che volesse dire, a chi si rivolgesse con esattezza. Nella poesia che intitola questo post però, il Burchiello parla di qualcosa di più intelligibile che è un tema ricorrente nella storia della letteratura e cioè, la lotta tra il disperato bisogno di poetare e l'ineludibile necessità di mangiare. Ciò che è notevole è la conclusione alla quale arriva il Burchiello verso la fin...
L’inizio di un nuovo anno, la ricorrenza del nostro compleanno fa sì che indulgiamo in quella illusione adolescenziale che ci fa pensare che questo anno, sì, ce la faremo a mettere insieme quelle pagine sciolte, riusciremo a superare i traumi infantili, avremo meno paura della morte, e via dicendo. Ciò sarebbe a dire l’anno in cui dovremmo essere capaci di quel gran balzo che attendiamo da una vita. E come tutte le illusioni -e tutto il resto-, prima o poi, svanisce. Un mese dopo, una settimana più tardi, o il mattino dopo. Lasciatemi andare a nanna con questa dolce sensazione che i fantasmi notturni faranno presto a strapparmela.
Il sesso, l'ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo sotterraneo e promisero a più d'uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, cantore, viandante nell'Ade e vittima lacerata come lo stesso Dionisio, valse di più.(Parlano Orfeo e Bacca). Orfeo: E' andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S'intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch'è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com'era prima; che un'altra volta sarebbe finita. Ciò ch'è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi voltai. Euridice scomparve...
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